Open Sound: La musica porta la cultura e la tradizione nel futuro

Inizia oggi Open Sound, un progetto prima che un festival, inserito nel programma di Matera 2019, la Capitale Europea della Cultura. Una manifestazione che andrà avanti fino al 1 settembre, tra musica, arte e spot che aiutino a far capire ai giovani che sono i protagonisti della svolta culturale che la società ha bisogno. Un lavoro «che parla di open future, un futuro aperto agli stimoli, all’innovazione e alla partecipazione», spiega il direttore artistico, Dino Lupelli. Un lavoro artistico che ha visto artisti contemporanei prendere i suoni della tradizione lucana e decodificarli con il linguaggio dell’elettronica: «Siamo andati alla ricerca e campionatura dei suoni della cultura lucana e abbiamo fatto questo lavoro enorme di selezione attraverso strumenti tipici. Parlando di futuro abbiamo messo in mano questi suoni ad artisti per tradurli in chiave contemporanea».

È nato prima l’Open Sound come concetto o l’idea di farlo alla Cava del Sole come location?

Il progetto è nato già due anni fa quando ancora non c’era un’indicazione precisa sui luoghi e spazi di realizzazione. Uno dei più grandi sforzi è stata la riqualificazione di questa cava, che è diventato uno spazio eventi e concerti identificativo, molto valido, con strumenti all’avanguardia e con tutta una attrezzatura da concerti di livello assoluto. Una delle strutture più funzionali e suggestive che ci sono in Italia, perfetta quindi per l’idea che avevamo progettato. Oltre ad aver mantenuto la dimensione della cava, con questo tufo da cui sono state tirate fuori le pietre che hanno costituito la città, si è creato l’ambiente ideale per un evento. È la città a rovescio, la matrice di Matera. Ed è un ambiente molto valido anche per il futuro. Ci auguriamo che possano esserci anche altre possibilità per costruire qualcosa qui.

Quanto è importante che un evento del genere rientri nel programma della Capitale Europea della Cultura?

È importantissimo che sia stato pensato insieme alla fondazione. È stato realizzato con un gruppo di società che si sono unite condividendo tutta la linea. Possiamo dire che senza il programma della Capitale Europea della Cultura non ci sarebbe Open Sound. 

Collettività, bene comune, invito ai giovani di cambiare il mondo. Scomodiamo le icone del passato. A 50 da Woodstock, possiamo dire che anche l’Italia ha il suo evento cult?

Sicuramente è un progetto che oltre all’aspetto artistico cerca di mandare un messaggio che ricollega le persone a una dimensione collettiva, sociale. Li collega alla terra, in questo desiderio di urlare una generica voglia di più umanità e maggiore coesione tra le persone. È una manifestazione piena di valori, se si va sul sito ci sono centinaia di suoni che si possono scaricare liberamente e remixare. Una generosità, da parte degli artisti, che hanno messo da parte la dimensione del prodotto musicale, come profitto, per avvicinare generazioni differenti attraverso la disponibilità dei suoni. 

Elettronica e musica ancestrale, come è nato questo accostamento?

Diciamo che se c’è un limite nella tradizione, con la musica folk, è di essere un po’ ripiegata su sé stessa, sempre uguale. Quello che succede in Italia, dove ogni paese ha la sua banda, sagra, tradizione, è limitante. Siamo in un’era dove non si può fare a meno di pensare a grandi trasformazioni, e nello stesso tempo non può scomparire la tradizione: ma nemmeno restare uguali a sé stessi. Valorizzare la diversità del territorio senza tradizione non è pensabile, quindi si è pensato alla musica elettronica, un linguaggio internazionale e capace di reinterpretare i valori e i suoni della tradizione.

La musica dal vivo può davvero essere quel catalizzatore di opinioni e idee che porti a una svolta culturale nel nostro paese?

Io penso che stia già succedendo. Guardando a livello internazionale sul futuro del pianeta, sulla sopravvivenza della stessa razza umana, la musica riuscirà a farsi portavoce di quella che è l’esigenza di tutti, dei parametri della vita della società in cui viviamo. Non c’è bisogno di essere partitici per rendersi conto che c’è l’esigenza di vivere in modo diverso la quotidianità. La musica, tu citavi Woodstock, ma anche il Jazz è sempre stata capace di anticipare la parte più viva delle svolte sociali.

Cosa manca alla musica per metterci davvero la faccia, e la voce, sui grandi temi sociali?

Io credo che in questo momento il vero problema sia la scarsa fiducia, da parte degli artisti, che sono anche cittadini, verso il fatto che certi messaggi possano essere lanciati, recepiti ed elaborati in sede politica da quelli che sono i nostri rappresentanti. Credo che tutti stiano aspettando risposte diverse dai nostri politici, quelli che determinano il cambiamento della società. Non è il dovere dei musicisti ma nemmeno degli operatori che invece sollevano delle tematiche e dei messaggi che possano essere accolti e rilanciati per diventare fonte di confronto e dibattito. Il cambiamento è nell’atteggiamento, nel rispetto della terra e della dimensione. 

In quest’ottica un riconoscimento istituzionale verso la categoria della musica dal vivo credi che sia importante?

Secondo me questo riconoscimento spetta prima di tutto agli operatori. Si hanno i riconoscimenti istituzionali, e lo dice la storia della lotta operaia, nel momento in cui c’è unità e capacità di identificarsi in modo unitario. È più da parte dei singoli soggetti che deve venire il riconoscersi come colleghi, professionisti. A quel punto è molto più semplice farsi ascoltare e fare in modo che ci possano essere modifiche legislative della nostra categoria allargata. 

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